La poesia di Biagio Cepollaro

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Capitolo primo

 

Brulicavano all’autogrill, dopo un po’ cominciava anche a puzzare.

Prima ognuno la sua toilette, uomo e donna, poi hanno cominciato gli uomini ad entrare in quelle delle donne e viceversa.

Dopo un po’ un lago di piscio.

E dove non c’era giallo in terra c’era un fetore acuto che veniva dalle tovaglie del ristorante, dai fazzoletti di carta del bar, dai salumi appesi, dai prosciutti rossi e fetidi, dalle barbie, dagli hi-man, dalle automobiline, dalle bianche camicie dei camerieri.

E dove non c’era giallo, in terra c’era un fetore acuto che veniva da chi usciva dall’autogrill e prendeva chi vi entrava e, tutti in fila, anche solo per la minerale, a fare il giro dei giornali che sapevano di piscio, delle riviste specializzate di caccia e pesca, delle audiocassette di nino d’angelo, di vasco rossi, delle videocassette di via col vento, di fuga da new-york, di porcellone in collegio, sempre quell’unica puzza acuta dentro le narici, a dilatarle.

 

Tra poco tramonta e in bici mi son fatto 21 km lontano da lì. Senza la bici sarei rimasto bloccato nell’ingorgo.

Impazzivano all’autogrill.

Ma devo restare lucido. Pedalare piano, piano respirare.

Ora che sono lontano da quella puzza, in bici posso anche tentare di fuggire per i campi. Distese ai lati dell’autostrada, qui e là casolari. Lucido per fuggire e per raccontare.

 

Hanno tagliato il filo dell’orizzonte facendone pacchetti, hanno saturato l’aria, compressa, solida ormai in alcuni punti della città. Hanno impacchettato anche l’aria che ora gira nelle rivendite della borsa nera. Hanno duplicato i rossi, i verdi, i gialli; ne hanno fatto pomate che di notte spalmano sugli alberi del parco. Su ogni panchina ce n’è traccia e i vecchi non sanno più dove sedersi e i bimbi dove giocare. Duplicati ovunque, ovunque serie complete.

Hanno diffuso la voce che la pomata non fa invecchiare e così gli uomini e le donne vanno a caccia della pomata. Anche i tossici del parco sono convinti e si spalmano la pomata sulle braccia, dicono che penetra nei pori della pelle, soprattutto in prossimità dei buchi.

E tutti quelli dell’autogrill, come me, sanno e non sanno.

Hanno sentito i botti stanotte e raccontano e si confortano e intanto si spingono nella fila storditi da tutto quel puzzo. E spingono e raccontano e si turano il naso. Qualcuno vomita.

A pezzi e a bocconi, voglio sapere.

All’autogrill un po’ ho visto, un po’ ho ascoltato e molto ho immaginato. Immaginato.

Serve per dare un’idea. Perché potrò dare solo un’idea.

Le immagini non sono più accessibili e se lo fossero ancora forse non servirebbero davvero più a nulla. Pezzi di orizzonte in gelatina, rami rossi al posto di radici, panchine senza una gamba. La granata che non uccide, ti fa fuori solo un piede. E tanto basta per far avanzare le truppe, poca polvere e ottieni lo scopo. Il parco deserto, dopo lo scoppio, deserto.

Pedalo e sudo. Sudando sviluppo pensiero.

Pensiero che nella fatica traspira per non esalare, dai pori della pelle e della terra; pensiero ostinato a non duplicarsi pensiero che non si spalma, accetta solo di sfogliarsi nel deserto del parco.

Bisognerà ricominciare da quello che uno sente col naso.

Prima nell’autogrill c’era l’aria condizionata e all’inizio si stava bene. Ognuno aveva la sua sedia e c’era posto. Poi hanno cominciato a fare vento coi ventagli, cioè coi giornali. Fuori caldo, dentro sempre di più. Senza aria condizionata, lo sventagliare dei giornali.

E dove non c’era il giallo in terra e non c’era fetore acuto che veniva dalle toilettes, c’era invece una grande evidenza di braccia e di ascelle.

Ascelle moltiplicate per cento, per mille col passare del tempo, e i prosciutti sembravano ascelle e mandavano misti di odore, affumicavano i salumi, e dentro alla calca al bancone, anche i bicchieri di coca-cola si facevano sempre più scuri, ancora più ascelle, e ascelle si facevano le tovaglie, i fazzoletti di carta, gli scontrini, le prime pagine dei giornali sventaglianti, le copertine rosse dei settimanali, anche il giallo degli inserti economici si faceva giallo di ascella.

Man mano che il tempo passava e la folla cresceva, crescevano abbondanti le secrezioni, i pervasivi umori, i ritmi di trasudazione. E i sudori erano quelli che esauriscono presto la forza dei malati e quelli che tingono di azzurro le lenzuola.

I sudori erano locali e diffusi, formavano pallottole, si addensavano in pastarello, erano sudatacce, sudacchiate, era un sudare fino fino, un trangosciare di gocciole, un preparare l’alcova per i batteri: innanzitutto il Micrococcus prodigiosus che dà color rosso sangue e sguazza e si allarga e prende il comando dei segreti e dei secreti. Poi l’inaffidabile Luteus che apre al giallo e lo forma, lo inverte all’incontro, all’impronta.

E dove non c’era giallo in terra e non c’era fetore acuto, c’era già il Prodigiosus che faceva anche lui tutto il giro dei prosciutti e dei formaggi, delle conserve di marmellata e dei tonni in scatola.

Erano in molti i Prodigiosus, erano più di mille, erano milioni che spingevano e che reclamavano, milioni ad aprirsi varchi e a valicare avvallamenti.

Vibranti i vibrioni risalivano la corrente delle copertine dei settimanali, sostavano inquieti sulle sopracciglia, riprendevano fiato nel folto, s’infittivano ai bordi delle narici, si lasciavano andare, sfiniti. Altri insidiavano testardi la Montessori sulle banconote mentre ilari streptococchi allacciavano le loro catene rotondi e leggeri mulinando.

L’idea ce l’ho nel naso.

E il naso difende dalle aggressioni della polvere ma non dalla puzza.

Dico che bisognerà ricominciare da quello che uno sente col naso e in realtà è un pensiero denso e sudaticcio, è un pensiero fetido e giallognolo il pensiero che esala da quella folla. Mentre pedalo. Il caldo che cresce e il sudore. Mentre pedalo e penso qual è il lucido pensiero. Quando si fugge e si pensa che forse vi sarà una via d’uscita per i campi, che il divieto di uscire riguarda solo l’autostrada con i caselli bloccati dalla polizia. Pedalando piano, piano respirando.

Senza far caso agli elicotteri, dentro la linea d’emergenza (gialla). Con la bici leggera che sente l’asfalto, pelle di balena. Lentamente pedalando.

Un altro elicottero che sorvola la zona, alto.

Non mi vedrà, sono troppo piccolo, tutto curvato sulla bici che cammino sul ciglio che non è già più asfalto ma erbaccia e resti, lattine, pacchetti e cicche, lembi di stoffa.

Tutto cicla e ricicla e s’amalgama sotto le ruote.

Erba, panno, lattina. Con la lattina fatta tessuto, tessuto di latta. Anch’io riciclo, dall’alto, increspatura dell’asfalto, così col naso sporgente, naso periscopio tra nuvolo di insetti.

Dall’alto si vede tutto e niente.

Dal basso si vede tutto e niente.

 

Chissà perché di qui non passa più nessuno.

Pensano di rifar casa, a come dormire, a dove appoggiarsi nell’attesa. Anche se la casa è inondata. E non si respira e non si può uscire. Tutti dentro al liquame che ci fanno amicizia. E misurano le sbarre pensando che tutto sommato poteva andare peggio dopo i botti della notte. E nel liquame ci sguazzano, prima timidi poi sempre più disinvolti, prima allungano il piede e toccano, poi sempre più sicuri tutta la gamba fino alle anche. Dopo un po’ li vedi che ci fanno le capriole e organizzano tornei. Uno sulle spalle dell’altro come al mare, a spingersi, a fare a chi cade per primo. Le donne sulle spalle degli uomini e si tirano giù strappandosi i capelli. E scattano anche le fotografie con la polaroid e filmano, filmano tutto. Qualcuno avrà firmato anche i botti di stanotte e adesso sfrutta la pellicola che resta, uno dietro l’altro: il botto, la folla impazzita e il torneo dentro al liquame. Fino a che finisce, la pellicola.

Ma questa notte è stata l’ultima della tensione taciuta, l’ultima dell’aria satura. Da stamani tutto è cambiato, o forse, semplicemente, tutto si esprime.

E se pure ci sono davvero questi Resistenti, come dicono, in cima all’autostrada, cosa potranno fare costoro?

Cosa potranno fare contro la Libera Espressione? Per anni non saputi e neanche cercati se non da venditori, hanno proliferato e hanno dettato legge, silenziosi, anonimi, accomodanti. Ed ora attraverso i botti hanno trovato espressione? Che non è cosa pensata da un singolo ma fatto, denso e inattaccabile, denso e vischioso, abitudine insinuata e crescente, arto, protesi di arti. Cosa potranno fare contro questi arti che non sanguinano e non si commuovono?

Tutta la giornata si confonde, la gente nelle auto, l’autogrill e i raggi di questa ruota, il punto rotante che raccoglie il fascio dei raggi. E l’asfalto.

Nella puzza dell’autogrill c’è tutto quello che accade. Questo voglio raccontare ai Resistenti, se ci sono. Bisognerà cominciare dal non farsi illusioni, dal mettere le mani nelle piaghe.

 

E dove non c’era il giallo in terra e non c’era il fetore acuto che veniva dalle toilettes, c’erano invece, a mucchi, aborti, braccia stirate fino alla misura pensata, gambe rinforzate e muscoli ormonici, lingue saettanti e affusolate, lingue del pronunciamento e dell’invito, della complicità e dell’omertà, lingue dell’assalto e dell’incitamento.

E dove non c’erano i mucchi vi campeggiava un’installazione di televisori che mandavano in onda animazioni. Animazioni di braccia stirate fino alla misura pensata, animazioni di gambe rinforzate e di muscoli ormonici.

E dove non c’erano mucchi né televisori, c’erano dei grandi spazi vuoti, delle fosse comuni, fosse della promiscuità. Perso nella promiscuità della memoria dei vecchi, l’aborto si preparava all’eccitante novità dei mucchi. E in quella promiscuità trasmutava e si confondeva.

Nella Notte dei Botti – che già alcuni sul posto avevano con sicurezza battezzato ‘della Libera Espressione’- i mucchi erano stati sbalzati in alto e dispersi. Dal fondo della notte, liberate dal tappo e dalle stratificazioni secolari, le Libere Espressioni avevano immediatamente conquistato un proprio odore, nitido, riconoscibile a distanza. I mucchi di aborti, penosamente frantumati e sparpagliati sui selciati, erano stati nervosamente ammassati ai bordi dei marciapiedi.

 

Erano soprattutto i giovani che si davano da fare con i piedi o con le mazze, con tutto ciò che si trovavano a portata di mano.

Invasa la promiscuità della memoria, setacciata e purificata, si passava alla costruzione di depositi di fortuna, si utilizzavano vetture private e le Espressioni, in attesa di liberazione, venivano stipate, addossate le une alle altre.

Perso e scovato nella promiscuità della memoria dei vecchi, l’aborto rimasto nei mucchi ai lati delle strade, si rodeva di invidia e passava dalla delusione all’amarezza, dallo smacco alla dolorosa agnizione delle cose.

 

Fuori dall’autogrill, prima della chiusura delle porte.

Niente illusioni, ma le mani nelle piaghe: nonostante tutto il nero lo abbiamo visto e filmato.

Odori per una coscienza olfattiva. Questo e solo questo.

Non una ‘visione’: il mondo è già tutto dato e moltiplicato in una sola ‘visione’.

Cosa mai potranno sapere della Notte dei Botti, del fischio che accomuna il gusto della sopraffazione all’euforia del pestaggio?

E se pure davvero ci sono, questi Resistenti, come dicono, in cima all’autostrada, se davvero hanno avvertito il sibilo, cosa potranno fare costoro?

Capitolo secondo

Quello che pedala sul ciglio dell’autostrada, tutto affannato, è Scriba.

Lo chiama così Luisa, lo chiamano così gli amici.

Ha la fissa di scrivere tutto, con ossessione, ovunque si trovi. Quello che si affanna in bici sull’autostrada è uno che pensa che gli basti un’occhiata per sentire il marcio che c’è nella gente.

E per questo non saluta nessuno nel condominio. Dice che quelli del condominio solo all’apparenza sono normali, ma poi c’è di tutto: pedofili, stupratori, puttane, ladri… i condomini sono pericolosi e bisogna tenersi alla larga.

Quello che pedala sul ciglio dell’autostrada ormai sa ascoltare i sogni dei condomini. La notte sta sveglio e non può dormire. Non può dormire perché i condomini sognano, sognano continuamente e, senza pudore, mostrano il marcio della loro anima.

Della signora Lamberti che abita al piano sopra di lui sa tutto ormai. La signora Lamberti sogna sempre di scopare suo cognato.

Non può dormire perché i condomini sognano rumorosamente.

Una volta la Lamberti sognò suo cognato che tagliava in due un braccio con una sega elettrica. Un’altra volta la Lamberti sognò di bucare con uno spillo le vene di Monno e Nanna, i ragazzi del Centro confinante con il Condominio.

Ormai da anni Scriba dorme tre ore per notte.

Il giorno del suo trentacinquesimo compleanno riuscì ad ascoltare anche il sogno del Concessionario, uno degli amici del bar. Non gli era mai capitato prima: ascoltare un sogno proveniente da un altro quartiere. Ci provò ancora le notti seguenti ma senza risultato. Il sogno del Concessionario gli esplose nella testa. Nel sogno il Concessionario non dice una parola: apre tutti i rubinetti della sua casa e allaga tutto. Allaga tutto mentre gli altri amici del bar, l’Avvocato, il Sarto, il Barman ridono a crepapelle. Gli esplode nella testa il sogno dell’acqua che scivola sotto la porta e precipita a cascata giù per la tromba delle scale.

Scriba dice che non può dormire perché i condomini fanno troppo rumore.

I Condomini dicono che non possono dormire perché i ragazzi del Centro fanno troppo rumore.

 

Quello che pedala sul ciglio dell’autostrada dice che scrivere lo aiuta a capire e a difendersi dagli attacchi della gente. Ma poi lo stesso le cose restano confuse e pericolose. Ma lui insiste e dice che scrivendo si orienta nel casino. Così una volta disse a Monno e a Singa, in un’assemblea affollata del Centro.

Ora che la Notte dei Botti è scoppiata il casino è davvero grande. Nel giro di poche ore le esplosioni hanno paralizzato la città. Il panico è stato letale per centinaia di persone che attendevano il metrò. Strade intasate, polizia dappertutto. Colpi di fucile, cariche della polizia, fumo da non vederci più nulla. Il Centro di Monno, di Nanna, di Singa, sgomberato alle prime esplosioni.

 

Quello che pedala sul ciglio dell’autostrada, appena la sera prima, si trovava al bar, con il Concessionario, l’Avvocato e il Sarto.

E ora che pedala tutto affannato pensa che questi del bar in qualche modo c’entrano con la Notte dei Botti. Perché i discorsi che quelli del bar facevano c’entravano… Al bar, la sera prima, si parlava dell’Afa e si attendeva la Pioggia… Anzi, il Grande Scroscio.

Scriba ripensa ai discorsi della sera prima e benedice la bicicletta che lo ha tirato fuori dall’ingorgo. Ha mollato l’auto nel parcheggio dell’autogrill e ora corre veloce verso i Resistenti…i Resistenti in cima all’autostrada…

Scriba ha ancora nel naso il puzzo di piscio dell’autogrill e vuole capire. Vuole capire cos’è successo la sera prima al bar e i discorsi dell’Avvocato e del Concessionario…

 

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